
Ascolta l’intervista:
Grazie per aver accolto il nostro invito. Stiamo raccogliendo esperienze e riflessioni da professionisti di diversi settori sul tema dell’oggettività, una capacità che spesso risulta centrale quando ci si trova ad affrontare decisioni complesse. Durante questa conversazione ci piacerebbe esplorare come emozioni e pensiero oggettivo convivano nelle scelte quotidiane, quali strategie utilizziamo per mantenere chiarezza e quali difficoltà incontriamo nel farlo. In particolar modo, ci colleghiamo alla sua esperienza all’interno di consigli di amministrazione in aziende di molteplici settori. Il suo contributo sarà prezioso per alimentare un dialogo di confronto e crescita su un argomento quanto mai attuale. Allora inizierei chiedendole in che modo, all’interno di un consiglio di amministrazione, si garantisce che le decisioni strategiche siano basate su dati e analisi e non su preferenze o relazioni personali, dinamiche di potere, convinzioni individuali o pressioni esterne?
NM: Bene, grazie mille. Domanda sicuramente interessante e di non facile risposta. Allora, è ovvio che idealmente le decisioni vengano prese con una certa oggettività. La domanda è esattamente quella: che cosa significa oggettività? E molto spesso mi sento raccontare che per oggettività si intendono numeri, no? Numeri duri, crudi e purtroppo senza contesto.
Dal mio punto di vista un numero non contestualizzato rimane un dato libero all’interpretazione. E quindi, secondo me, l’oggettività non nasce solo dai numeri, ma soprattutto da come li si interpreta nel loro contesto. Poi comunque, diciamocelo, il CDA sono persone, esseri umani, che vivono di emozioni e per cui questa parte qui non potrà mai essere rimossa del tutto, no?
L’importante è che si riconoscano le emozioni e che queste vengano integrate in un processo… strutturato, lo chiamerei strutturato. Per cui le decisioni secondo me nascono veramente da dati verificabili, ma anche da un processo decisionale trasparente in cui le informazioni vengono condivise, vengono discusse, vengono documentate, si hanno delle chiare metriche di valutazione e si capisce e si sa che cosa stiam0 facendo. Stiamo decidendo su qualcosa che sappiamo o che crediamo? È un po’ lì la differenza, secondo me. Sono credenze, opinioni, oppure è sapienza? Quindi un buon presidente, un buon membro di CDA, ma anche un buon CEO, che poi è la controparte del CDA dal lato operativo, deve sempre chiedersi e stimolare la domanda: stiamo decidendo su qualcosa che sappiamo o crediamo?
Quindi da questo punto di vista, sicuramente sono domande che bisogna porsi, soprattutto in momenti di incertezza o di pressione anche emotiva, quindi in casi di crisi aziendali, riorganizzazioni, momenti in cui ci sono degli importanti investimenti.
Da questo punto di vista, quali sono gli strumenti o quali sono le pratiche che adottate per mantenere oggettività quando bisogna prendere decisioni importanti in condizioni di incertezza?
NM: l’antagonista alla lucidità è l’emozione. Probabilmente il primo passo da fare è quello di capire questo aspetto, cioè di essere consapevoli delle proprie emozioni, di quale effetto hanno. Bisogna quindi tentare un primo approccio nel senso di rallentare il pensiero, rallentare le pulsazioni, le emozioni e trovare un momento di lucidità.
Decidere ai vertici aziendali (che purtroppo, nel quotidiano e nella realtà dei fatti, è quello che capita spesso, no?) significa dover decidere sotto pressione. Ecco, l’ideale sarebbe quello di rallentare, di trovare lucidità, perché quando tutto corre diventa veramente difficile vedere l’insieme. Un board lucido è quello che è in grado di riconoscere le emozioni degli altri, è in grado di controllarle. Questo sarebbe ideale: capire se stiamo proteggendo un’ipotesi o qualcosa che ostacola la lucidità. E qui entrano in gioco le cosiddette logiche personali.
Sicuramente le vengono in mente diversi episodi legati a questa problematica, legati alla necessità di rallentare. C’è magari un episodio particolare che le viene in mente, in cui la capacità o la difficoltà di mantenere un approccio oggettivo hanno poi influito significativamente sull’esito di una decisione strategica?
NM: credo di sì. In esperienze passate ho visto e vissuto quanto sia rischioso decidere in base ad opinioni anziché in base ad evidenze. La risposta più frequente alle domande “perché hai deciso così?” o “perché facciamo così?” è spesso: “lo faccio per il bene della società”. Oppure, ancora “per il bene della nostra causa”. Che è una risposta sicuramente nobile ma decisamente non oggettiva: perché cos’è “il bene della società”?
Un aspetto che per me è sempre molto importante, e che pongo spesso sotto forma di domanda, è: come misuri il successo aziendale? Che cosa conta veramente? In assenza di indicatori, di metriche, il bene della società per me non significa nulla.
Misuriamo il fatturato? L’utile netto? Le impressions su-sui social? Il fatto è che non è determinante la metrica: è determinante averne una. Perché solo metriche condivise con tutto il board, con tutta la direzione, rendono un processo decisionale molto più chiaro. Come dico spesso: non puoi gestire qualcosa che non puoi misurare.
Grazie per questa sua riflessione. Eescono sicuramente dei concetti importanti che riusciamo a immaginare, a vedere in ambito aziendale. C’è invece una situazione in un contesto quotidiano privato in cui ha l’impressione che l’oggettività svolga un ruolo importante?
NM: secondo me l’oggettività non è una cosa innata nell’essere umano, pertanto l’oggettività più difficile è quella con se stessi. Abbiamo tutti delle mappe mentali, siamo stati educati in un certo modo, crediamo che alcuni concetti siano quelli giusti e qui possiamo spaziare da aspetti sociali, politici, religiosi, sportivi, insomma ce n’è per tutti i gusti. Per cui secondo me l’oggettività, anche quella verso se stessi, è qualcosa che bisogna allenare. È un po’ come un muscolo, che va allenato in modo oggettivo (perché anche l’allenamento rischia di diventare soggettivo).
Per questo, riuscire a essere veramente oggettivi richiede anche molto confronto con tante persone, con l’esterno, con persone in famiglia, con se stessi: è questa apertura mentale al nuovo, all’ignoto, quel famoso tentativo di “uscire dalla comfort zone” ad essere la cosa più importante. Perché altrimenti continuiamo a proteggere qualcosa: le proprie credenze, mappe mentali, convinzioni… e questo è il primo freno all’oggettività. Dico questo non perché io sappia fare queste cose, ma perché evidentemente cerco di capire.
Essere oggettivi è ascolto di se stessi, degli altri, delle realtà. È il tentativo di vedere le cose come stanno e non come credo che siano. Serve una dose di coraggio, per uscire dalla tua zona di comfort, per confrontarti con l’ignoto e di chiederti sempre: “ma perché questa persona la pensa così?”. Ci vuole effettivamente una grande dose di coraggio per osservare la realtà da un punto di vista nuovo: è sicuramente una pratica che può spaventare. Ma credo che assumere un nuovo punto di vista, mettere in discussione gli elementi che abbiamo sempre considerato irremovibili, praticare il confronto e l’ascolto siano tutti elementi che sono alla base di una visione il più possibile oggettiva.
Io a questo punto la ringrazio per il suo tempo, per la sua testimonianza e nei prossimi mesi continueremo a raccogliere nuovi contributi per proseguire in questo percorso di analisi di quello che è il mondo della visione oggettiva.
NM: perfetto, grazie mille. Un confronto molto interessante che costruisce e sviluppa la mia ulteriore o mio tentativo all’oggettività. Grazie mille e a presto.

Nicola Mona
Nicola Mona guida trasformazioni strategiche in cui il coraggio incontra la chiarezza e la complessità richiede soluzioni disciplinate e di impatto. La sua forza risiede proprio nell'affrontare ambienti complessi e ad alto rischio che altri tipicamente evitano: sistemi impantanati da stagnazione, ambiguità e sfide complesse.
Con una doppia formazione in ingegneria (ETH di Zurigo) e gestione esecutiva (MBA a Oxford), unita a una solida esperienza di leadership internazionale, è specializzato nell'affrontare e superare la complessità sistemica attraverso un processo decisionale chiaro e coraggioso e una metodologia strutturata.
Come CEO, imprenditore e consulente strategico, ha guidato con successo profonde trasformazioni in settori quali l'aviazione, le energie rinnovabili, le infrastrutture sportive e complesse partnership pubblico-private.
