
Ascolta l’intervista:
Grazie per aver accettato il nostro invito per questa intervista. L’obiettivo è quello di esplorare il tema dell’oggettività e di capire come questa ci influenza, come la utilizziamo, come l’alleniamo nella nostra quotidianità sia nella vita privata sia in ambito lavorativo. Io partirei chiedendoti se ti sei mai interrogato sul tema dell’oggettività.
SD: Sì, effettivamente mi sono già interrogato su questo tema, forse declinato in altre parole, come ad esempio pensiero critico, ma sì, soprattutto negli ultimi anni, al di fuori anche del mio lavoro, sempre di più mi sono chiesto perché le persone non riescono ad essere oggettive, in una società dove diventa sempre più difficile esserlo.
Da un punto di vista pratico, in quali contesti ti rendi conto che le persone non sono oggettive?
SD: si riscontra in generale in molti ambiti, però l’ho vissuto principalmente in ambito politico. È difficile avere oggettività in politica, sia per gioco strategico ma anche per questioni ideologiche. Se usciamo dalla politica, lo riscontro ad esempio nei commenti che si possono vedere sui social media: è molto difficile trovare oggettività, perché c’è già una sorta di opinione predefinita per tutto. Le persone tendono a vivere in bolle dove si parla solamente di un certo tipo di tema, e dunque è più difficile essere oggettivi su problemi concreti che si affrontano nella quotidianità.
Abbiamo già evidenziato due elementi che sono nemici dell’oggettività: il preconcetto e la citata bolla, che è la nicchia culturale e sociale di cui ogni persona fa parte, restando all’interno della quale è difficile formare un pensiero critico.
SD: esatto. La politica potrebbe essere un ambito in cui avere un confronto diretto con un’altra persona e magari valutare un cambiamento di idea per essere un po’ più oggettivi. Con i social media vedo invece che ciò è più difficile: l’algoritmo chiaramente cerca di (ri)proporti contenuti che ti fanno piacere e dunque diventa più complicato uscire dalle proprie convinzioni.
In ambito professionale, invece, vuoi dirci di cosa ti occupi e quale ruolo gioca l’oggettività nella tua professione?
SD: sono un controllore del traffico aereo da 14 anni. Nel nostro ambito lavorativo, e più in generale nell’aviazione, l’oggettività è declinata in procedure, regolamenti: tutto questo ambito molto legale, molto impostato, ci obbliga ad avere una mente oggettiva. Dunque quando valutiamo, ad esempio, la distanza minima di separazione tra due aerei non possiamo modificarla a nostro piacimento: non ci basiamo su un convincimento personale, ma è una regola che va applicata. Rispetto ad altre esperienze professionali precedenti, lavorare in ambito di controllo del traffico aereo mi ha permesso di approcciare la vita in modo differente. Sono sicuramente cambiato e sicuramente questo mi ha aiutato anche nella vita normale, privata: ho portato l’oggettività dal controllore anche nella vita di tutti i giorni.
Nel tuo lavoro comunque c’è spazio per la soggettività? C’è un margine di interpretazione o semplicemente si seguono protocolli?
SD: ci sono dei margini di soggettività. Ognuno di noi lavora in modo leggermente diverso. Faccio degli esempi: regolamenti impongono agli aerei di essere separati in maniera verticale di mille piedi, che sono circa 300 metri. Siamo in un ambiente di torre di controllo, dove io posso osservare la situazione con un binocolo o con altri strumenti. Dunque, un controllore può notare ciascuna situazione prima di un altro collega. Un controllore può essere più cauto rispetto ad un altro, pur restando all’interno delle regolamenti e delle procedure.
C’è chi è più veloce a far partire anche gli aerei, dunque ad utilizzare la pista in maniera più efficiente. C’è chi si prende un po’ più di margini, a dipendenza anche dell’esperienza personale: ad esempio, un controllore che ha vissuto personalmente un incidente, una situazione d’emergenza e quindi di stress, tenderà ad essere più cauto. Dunque all’interno del regolamento ci si può sicuramente muovere a dipendenza della propria indole.
Che esempi puoi fare, invece, relativi alla tua vita privata? Che impatto ha avuto questo tuo nuovo modo di pensare?
SD: in precedenza ho lavorato nel settore della moda, che è molto dinamico e frenetico. Non che l’aviazione non sia frenetica in un certo modo, però questa regolamentazione mi rilassa, perché fornisce delle sicurezze che in altri ambiti non sono fornibili. Ho quindi creato una struttura anche in ambito privato, per sopravvivere al caos della vita, cercare di essere organizzato, applicare delle regole, riconoscere i miei limiti. Questo perché anche come controllori cerchiamo sempre di portarci al limite: quanti aerei riesco a gestire in maniera sicura, senza fare casino? Ho imparato a riconoscere i segnali del mio corpo quando mi trovo sotto stress, e questo supera il confine dell’ambito professionale e sfocia anche nella quotidianità.
Cerco oggettività quando affronto discussioni con i figli, con gli amici. Cerco sempre di essere più aperto possibile, di ascoltare, così come ascolto i piloti nelle comunicazioni che ricevo in torre di controllo. Anche come controllore, poi, sono ascoltato e costantemente controllato: dunque ciò che dico alla radio o al telefono non può essere negato o reinterpretato. Questo monitoraggio mi aiuta ad analizzare le mie performance e a puntare continuamente a migliorarmi: anche questo aspetto valica il confine tra lavoro e vita privata, dunque mi porta a cercare di migliorare anche le piccole cose che si fanno e si dicono ogni giorno. Cerco di organizzare in modo efficiente il calendario, di gestire le emozioni, di non perdere la calma anche se sono stanco, deluso, arrabbiato. Questo approccio mi ha cambiato, a 360 gradi, e oggi penso di essere una persona più equilibrata.
Hai introdotto un tema molto importante, quello dell’ascolto. Quindi possiamo ritenere che l’oggettività tragga origine dall’ascolto e dalla raccolta di informazioni, prima di prendere una decisione?
SD: nel mio lavoro posso prendere decisioni soltanto se sono in grado di essere un passo avanti, di anticipare e di prevedere, perché gli aerei vanno veloci. Se non fossi in grado di ascoltare realmente e di raccogliere tutte le informazioni disponibili, ma imponessi a priori uno scenario che io penso che si verificherà, sarebbe un grosso problema. Perché se mi impongo uno scenario, qualsiasi informazione che non è coerente con quello scenario diventa un problema: invece rappresenta una risorsa che deve aiutarmi a dare forma a un nuovo scenario. Vale lo stesso nella vita: se faccio finta di ascoltare, ma ho già la mia idea e sono pronto a risponderti in base a quella, è chiaro che non posso essere oggettivo nei tuoi confronti.
In pratica, siete disposti ad accettare che in qualsiasi momento un’informazione possa cambiare l’intero scenario…
SD: sì, esatto: è così che funziona la mia testa. Io lavoro per piani: piano A, piano B, piano C… ma in ogni momento può arrivare un’informazione che mi fa pensare “cavolo, il piano A che funzionava fino a tre secondi fa, ora non funziona più!”. Un pilota può avere e manifestare una necessità che non mi aspettavo, e io devo essere in grado di ascoltare la sua richiesta. A quel punto, se spingessi per il piano A mi troverei sicuramente in una situazione non confortevole. Penso che, allo stesso modo, nella vita di tutti i giorni possiamo metterci in situazioni più piacevoli ascoltando meglio e rimanendo aperti a poter modificare la nostra idea.
Intravediamo un potere duplice dell’oggettività: da un lato fornisce sicurezza e punti di riferimento, dall’altro lato invece spinge a un ascolto costante che può mettere in discussione le tue convinzioni. Dunque l’oggettività valorizza due aspetti che sembrano opposti.
SD: sì, è così. Senza l’oggettività non puoi crescere: il nostro mindset dinamico è invece una spinta verso una crescita continua. Ma per poter crescere devi metterti in discussione: è quando pensi di essere arrivato, di aver raggiunto una posizione e il tuo massimo potenziale, che smetti di crescere. Noi controllori, al contrario, siamo continuamente alla ricerca della performance, come un atleta o un manager che cresce professionalmente.
Noi, studiando il tema dell’oggettività, cerchiamo di evitare ogni tipo di pregiudizio, al punto che realmente non sappiamo dove ci porterà la nostra ricerca. Sappiamo soltanto che se riusciamo a stimolare l’oggettività, nelle persone con cui interagiamo, ogni punto percentuale di aumento rappresenta un miglioramento e uno step di crescita. Ma a questo punto ti chiedo l’opposto: hai mai avuto la sensazione che il tuo approccio oggettivo, in una determinata situazione, abbia rappresentato uno svantaggio?
SD: a livello lavorativo non credo, devo essere sincero: non è mai venuto in mente che possa rappresentare uno svantaggio. A livello privato, invece, può capitare di essere coinvolti in discussioni forti (ad esempio quando vuoi portare avanti un progetto a cui tieni tanto) e forse in quel caso troppa oggettività può essere penalizzante. Esistono persone che, anche in situazioni dove oggettivamente non esistono le condizioni per portare avanti un progetto con successo, decidono che “questa è la mia idea: la porto avanti, punto, fine.” Questo atteggiamento può dare dei vantaggi a livello di carriera, può trasmettere leadership e convinzione da parte di una persona che sa dove vuole arrivare.
Al contrario, dato che essere oggettivi comporta anche saper cambiare idea, l’approccio oggettivo potrebbe essere interpretato come indecisione o confusione. Però è proprio per questo che bisogna imparare ad allenare, gestire e comunicare l’oggettività. Essere oggettivi è qualcosa che si può imparare, dunque questo progetto è interessante perché potrebbe portarci a fornire degli strumenti, dei tool o qualcosa che possa aiutare le persone ad essere più oggettive.
A proposito di strumenti, so che sei autore di una guida su come organizzare la quotidianità.
SD: sì, ho scritto una piccola guida e l’ho chiamata Sopravvivere al caos. Questa guida racchiude alcuni modi in cui organizzo la mia vita quotidiana mi organizzo, come gestisco le cartelle sul computer, il calendario, i promemoria, cioè gli strumenti per organizzare un po’ la nostra vita, per avere un po’ di oggettività e non essere sopraffatti.
Tornando al tuo lavoro, invece, quali strumenti utilizzate per (come dici tu) non essere sopraffatti e garantirvi sempre un certo livello di performance e di equilibrio?
SD: ci sono diversi pilastri. Si parte dal benessere del controllore. Abbiamo una licenza medica che è collegata alla licenza da controllore, dunque le due licenze vanno in parallelo. Quella di controllore viene rinnovata sulla base delle ore di lavoro mensili, annue e della formazione continua. La licenza medica è rinnovata ogni anno, a fronte di controlli da parte di un medico. La compagnia ha l’interesse di avere controllori sani, e ognuno è liberissimo di dire “oggi non mi sento in grado di lavorare” per qualsiasi motivo medico, psicologico o di altra natura. Siamo sempre noi a dover segnalare ogni forma di non idoneità: nessuno verrà mai a chiederci come stiamo. E soprattutto siamo sempre responsabili di tutto ciò che accade sotto il nostro controllo.
Io a questo punto ti ringrazio per essere stato con noi e per il tempo che hai dedicato al nostro progetto.
SD: grazie a voi!

Stefano Dias
Stefano Dias ha oltre dieci anni di esperienza nel controllo del traffico aereo e una profonda passione per il settore dell'aviazione. Tre anni nel consiglio di amministrazione di una società idroelettrica gli hanno permesso di affinare ulteriormente le sue competenze strategiche e di governance, che oggi applica al settore dell'aviazione.
Il suo coinvolgimento in politica e in varie associazioni riflette il suo impegno a rappresentare gli altri con integrità, comprendendo le loro sfide e affrontando le problematiche che, in quanto politico e associato, rappresenta.
